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La chiropratica e il rugby


La chiropratica e il rugby

The gentleman sport

Dr. Battiston Angelo D.C.

Angelo Battiston, nato in Sudafrica da genitori friulani, ha giocato fin da piccolo a rugby. Nel 1987, come pilone, ha rappresentato il suo club (False Bay RFC) nella formazione del famoso Western Province (u 21 “Grand Challenge Club Side”). Nel 1988 e 1989 ha giocato professionalmente in Italia (per il CUS Milano) e in Canada (per Ottawa Irish RFC e i Bytown Blues RFC). Ha ricevuto una borsa di studio dal Palmer Rugby Club mentre era studente di Chiropratica presso il Palmer College of Chiropractic (Davenport, Iowa – USA). Professionalmente il dottor Battiston pratica attualmente a Padova sia in convenzione che privatamente e ha seguito tra l’altro i famosi Springboks (squadra nazionale sudafricana) e molti altri giocatori di rugby nel Triveneto. Il dottor Battiston è ancora coinvolto nello sport con i “Vecchi di Monselice”, naturalmente come pilone e chiropratico!
 
La leggenda vuole che la prima azione “alla mano” si sia giocata nella scuola di Rugby, in Inghilterra, verso la metà del 1800, allorché uno studente impegnato in una partita di football, improvvisamente prese la palla con le mani e corse fino alla porta avversaria tra gli sguardi stupefatti dei suoi compagni.
Come tutte le leggende, anche questa ha un fondo di verità: furono infatti gli studenti della scuola di Rugby a rielaborare l’antico gioco del hurling at goals, dando vita al moderno sport del football rugby. La prima società di football rugby nacque nel 1858, il Blackheath F.C. fu la prima squadra nella storia della Rugby Football Union, che da allora amministrò il nuovo sport.
Il rugby è probabilmente lo sport di squadra per eccellenza, per l’importanza ricoperta dall’organizzazione del gioco e dall’interazione tra i diversi reparti, fondamentale per la buona riuscita delle azioni. Le individualità, seppur importanti, non sono mai determinanti se non supportate da uno schema atto a esaltarle. Il rugby è spesso dipinto come sport violento poiché la durezza dei contrasti distoglie lo spettatore disattento da quello che è il vero spirito di questo nobile sport.
Dato che, per chi scrive, il contatto fisico è esattamente ciò che distingue uno sport da un gioco, bisogna ribadire che ogni genere di contrasto nel rugby è regolamentato opportunamente: esistono limiti ben precisi al tipo di contatto fisico permesso e soprattutto, ciò che non si troverà mai scritto nei regolamenti, esiste un codice di comportamento in campo al quale nessun rugbista si sottrae, pena l’esclusione dal gruppo.
Un codice non scritto, fondato sul rispetto assoluto degli avversari, che permette a uno sport duro per vocazione di non degenerare in combattimento scomposto. Esemplare dello spirito cavalleresco che anima questo sport è la passerella che i vincitori concedono in conclusione di partita agli sconfitti come riconoscimento per la combattività dimostrata in campo.
Il rugby raggiunge la sua massima espressione in occasione delle sfide tra rappresentative nazionali, allorché la tradizione gioca un ruolo fondamentale dando alla partita di un giorno l’importanza di una sfida centenaria, con connotazioni che vanno al di là dello sport e che chiamano in causa l’orgoglio e la fierezza dell’appartenenza al proprio popolo.
Così ogni partita del Six Nations, il torneo più antico e importante del vecchio continente, vede scendere in campo e scontrarsi i diversi sentimenti dei contendenti: la volontà degli inglesi di ribadire la supremazia di chi questo sport lo ha inventato; l’orgoglio degli scozzesi che, sulle note di “Flower of Scotland”, riversano in campo tutta la rabbia di un popolo storicamente sopraffatto e assoggettato; la fierezza degli irlandesi, un cui detto popolare recita “ogni vero irlandese è stato partorito su un campo di rugby”; la combattività dei gallesi, la fantasia tutta latina dei francesi e infine la spregiudicatezza degli italiani consapevoli, da ultimi arrivati, di non aver nulla da perdere, ma tutto da guadagnare da un torneo che ha fatto la storia di questo sport.
Una sfida che da continentale diventa planetaria in occasione della Coppa del Mondo, in cui le già citate formazioni europee lanciano il guanto di sfida a quelle dell’emisfero australe, in particolare Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda, potenze assolute in campo rugbistico, raramente superate dai maestri d’oltremanica. Formazioni, queste ultime tre, che danno vita annualmente al Tri Nations, torneo di incredibile spettacolarità in cui si scontrano la potenza del pacchetto di mischia sudafricano, la tecnica cristallina degli australiani e la spaventosa forza d’urto dell’orda nera degli All Blacks neozelandesi: impressionante e suggestiva di questi ultimi la danza di guerra Maori, Haka!, eseguita prima dell’inizio di ogni partita come sfida e intimidazione agli avversari.
In questa ottica il rugby moderno si è avviato a passi lenti ma decisi (fino dal campionato mondiale del ‘95), verso un professionismo dove il business è la parte più importante in quanto, per la necessità di raggiungere un numero sempre maggiore di spettatori, principalmente televisivi, si è dovuto ricorrere a professionisti sempre più specializzati, tra cui i chiropratici.
Nel rugby di ultima generazione, tra le possibili scelte delle forme di gioco (al largo, in penetrazione o al piede) la scelta deve essere spettacolare per mantenere l’entusiasmo degli spettatori e i vari sponsor.
La squadra che attacca è premiata dal regolamento che la favorisce, permettendo scelte tattiche non ripetitive e scontate. Il metro di valutazione della funzionalità è dato della capacità della squadra che difende di adattare il proprio comportamento ai principi dell’azione difensiva (avanzamento/pressione - sostegno difensivo - occupazione - recupero).
Nella mia esperienza sia di giocatore che di chiropratico di squadre di rugby ho potuto constatare che la combinazione tra la chiropratica e l’allenamento alla resistenza muscolare attraverso esercizi specifici è un meccanismo valido per mantenere un giocatore di rugby nella migliore delle forme.
Questa riattivazione neurologica attraverso l’input sensoriale (per esempio meccanorecettori) attuato con l’aggiustamento chiropratico ha come effetto la riattivazione del sistema nervoso e il mantenimento di risposte che per i rugbisti sono fondamentali L’allenamento di resistenza comporta numerosi benefici.
Per i rugbisti questi benefici possono includere la capacità di generare più forza durante il movimento, di produrre più energia e la capacità di mantenere e sostenere sforzi massimi durante il gioco.
È proprio questo tipo di combinazione, tra potenziamento della resistenza e aggiustamenti chiropratici mirati alla coordinazione, che può contribuire alla diminuzione degli incidenti e dei traumi e alla migliore integrità strutturale dell’atleta.
 
E da noi?
Per la prima volta la nazionale italiana ha ottenuto buoni risultati nel “Sei nazioni” e lo sport della palla ovale ha guadagnato spazi fino a ieri impensati in tv e sulla carta stampata.
In pochi conoscono le antiche radici del rugby di casa nostra.
Nasce in Inghilterra nel 1846, ma la prima partita giocata in Italia, di cui si ha notizia, si disputa nel 1910 a Torino. Si tratta di una dimostrazione di rugby franco-svizzero, il Racing Club Parigi conto il Servette di Ginevra. Nel 1911 a Milano, invece, la prima partita con una squadra italiana: US Milanese contro i francesi del Voiron. Con la creazione della “Federazione Italiana Rugby”, il 28 settembre 1928, si sigla definitivamente la presenza del gioco con la palla ovale in Italia. Nel 1929 si contano 16 squadre attive in tutta la penisola. Negli anni trenta un altro grande passo in avanti: l’Italia partecipa alla creazione della FIRA (Federation Internationale Rugby Amateur) insieme a Francia, Spagna, Cecoslovacchia, Romania e Germania.
Da subito, Milano e Roma sono i grandi centri rugbistici italiani, ma si gioca anche a Torino, Bologna, Padova, Napoli, Genova, Brescia, Treviso, Rovigo, Parma. Conclusa la seconda guerra mondiale, il rugby nostrano scopre una nuova dimensione, grazie in particolare agli insegnamenti delle truppe alleate in Italia.
Tuttavia il clamore degli inizi si affievolirà negli anni successivi, in seguito all’affermazione del solo sport nazionale, l’unico amato indistintamente da nord a sud, senza distinzioni d’età : il calcio. A partire dal 1994, però, con le nuove vittorie della Nazionale azzurra, il rugby comincia a raccogliere sempre più consensi. Nell’autunno del 2002, contro Spagna e Romania, l’Italia stacca l’ennesimo biglietto per la Coppa del Mondo, in Australia, nell’autunno del 2003 e questo darà un ulteriore impulso alle adesioni.
Anche se ciò che si vede in tv alle volte sembrano zuffe senza ordine, il regolamento esiste ed è anche molto severo. Per scendere in campo non basta essere solo forti, scatenati e pronti a rotolarsi nel fango per il possesso di palla.
Occorre, anzi è essenziale, essere leali, controllati, rispettosi delle regole, degli avversari e soprattutto molto appassionati, perché reggere un’intera partita non è una passeggiata. Il target degli appassionati è medio-alto, tra studenti universitari e liberi professionisti. I rugbisti condividono, oltre a un grande senso di lealtà, anche il gusto della sfida fino alla fine. In questo sport è molto forte il senso della competizione. Uno spirito lontano anni luce dal mondo del calcio che non ammette violenze di nessun tipo. È una cultura diversa: la simulazione, che nel calcio è prassi, nel rugby è motivo di disprezzo, i giocatori odiano perdere tempo a restare a terra, preferiscono andare all’attacco, mentre a fingere ci pensano gli attori.
La strada da percorrere è ancora lunga prima di arrivare ai numeri del calcio ma nel frattempo gli iscritti alle società sportive continuano a crescere; sono già 40mila e per l’anno prossimo si prevede addirittura un raddoppio dei praticanti rugbisti. È una disciplina molto rude, ma guai a chiamarlo sport “non adatto alle femminucce”. Sembrano essere proprio le donne ad apprezzarlo in particolar modo. Le squadre femminili non hanno nulla da invidiare a quelle maschili quanto a grinta e aggressività.
Insomma, da nord a sud, il gioco inglese seduce studenti, professionisti, nobili fanciulle. Certo la distanza con Inghilterra, Nuova Zelanda o Francia, per livello tecnico e soprattutto per base di praticanti, rimane importante. Ma ritrovarsi a disquisire di “touche”, “mischia”, “meta” sta diventando comune anche a casa nostra.

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